Peste Bubbonica – Parte prima – anno 1904

PESTE BUBBONICA


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Dalla fonte del 1904 non è stato modificato nulla se non quanto necessario per rendere più scorrevole la lettura. I numeri sono quelli scritti nel volume.


E’ appunto, per antonomasia, la peste  che fu per secoli, con la fame e con la guerra, il triplice terrore dei popoli. Lunga è la storia delle epidemie di peste bubbonica in Italia.

Ce ne furono infatti negli anni :

  • 167-70 (peste di Cipriano);
  • 531-99 (peste di Giustiniano e Procopio);
  • 747-67;
  • 1340-400 (peste di Boccaccio);
  • 1405-1493-1501-1599;
  • 1624 (Sicilia):
  • 1630-31 (peste di Manzoni);
  • 1656 (peste di Gastaldi);
  • 1691 (Bari);
  • 1743 (Messina);
  • 1815 (Noja di Puglie).

NOTA PERSONALE

Ma la peste è sparita? Nessuna malattia sparisce per sempre e rimane dormiente finchè le condizioni ambientali non ne favoriscono il ritorno.

Al Manzoni si deve la conoscenza popolare di questa malattia a carattere epidemico e come sempre accade non è tanta la patologia in se a non far dormire sonni tranquilli, ma le caratteristiche con la quale si presenta.

La peste lascia segni indelebili in chi sopravvive e prima della morte arreca sofferenze indicibili.

La peste non solo esiste ancora, ma miete vittime ogni anno nel Mondo.

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Si discute se una delle famose piaghe di Egitto fosse peste bubbonica. Così pure si discute ancora se fossero bubboniche la peste di Tucidide o peste di Atene (430 anni circa av. C.) e la peste Antonina (138-161 av. C), di cui diede un cenno Galeno.

La maggior parte degli autori ritiene che questa epidemia siasi iniziata, per lo meno sotto forma diffusa, nei primissimi tempi del cristianesimo, e poi siasi andata sempre più estendendo, man mano che la fede nuova introduceva costumi contrari all’igiene.

La prima epidemia di peste bubbonica, di cui s’ha notizia storica indiscutibile, è quella che va col nome di peste di Cipriano, cioè nei primissimi tempi dell’era nostra.

Un’altra terribile, di cui troviamo notizia in Procopio, è quella che va sotto il nome di peste di Giustiniano dal 531 alla fine del 600. Poi segue una pausa, interrotta probabilmente da poche altre di queste pestilenze, una delle quali forse anche in Sicilia nel 700, finchè si arriva alla terribile epidemia descritta dal Boccaccio, che a Firenze e in altre parti d’ Italia menò stragi spaventevoli.

D’ allora andò in certo modo acclimatandosi, e serpeggiando nel 1400 e 1500 qua e là .
Ne venne poi altra terribile esplosione nel 1624 in Sicilia, e ne! 1630-31 a Milano, la cui descrizione fu rifatta dal Manzoni in base a documenti storici.



PROMESSI SPOSI: Capitolo XXXI

La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia. Condotti dal filo della nostra storia, noi passiamo a raccontar gli avvenimenti principali di quella calamità; nel milanese, s’intende, anzi in Milano quasi esclusivamente: ché della città quasi esclusivamente trattano le memorie del tempo, come a un di presso accade sempre e per tutto, per buone e per cattive ragioni. E in questo racconto, il nostro fine non è, per dir la verità, soltanto di rappresentar lo stato delle cose nel quale verranno a trovarsi i nostri personaggi; ma di far conoscere insieme, per quanto si può in ristretto, e per quanto si può da noi, un tratto di storia patria più famoso che conosciuto.

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Dall’Italia superiore si diffuse, nel 1656, nell’Italia media ed inferiore, passò per Roma, dove, per merito del Gastaldi, non fece molta strage, ed arrivò a Napoli, dove lasciò una vera devastazione, finchè giunse, sulla fine del secolo XVII, a Bari.

Nel secolo XVIII è assai evidente l’attenuazione che subì questa epidemia, tanto che se ne ebbe uno sola ricomparsa, per quanto grave, a Messina nel 1743. Nel secolo XIX se n’ ebbe un piccolo focolaio in una piccola città delle Puglie, a Noja nel 1815.

Per ricavarne un prognostico vieppiù interessante, ora che si è ridestata la peste bubbonica, è bene ricordare che in questa ultima epidemia di Noja, ii primo caso fu il 23 novembre 1815; un triplice cordone militare fu messo attorno a questa città soltanto il 2 gennaio 1816.

E’, però, evidente che al morbo non sarebbe mancato il tempo di prendere la più larga diffusione se fosse stato come quello delle pestilenze passate.

Ed anche quando il cordone fu posto, benchè fra quella popolazione, che era allora di 5300 abitanti, avesse durato circa un semestre, fino al 7 giugno 1816, tuttavia i casi furono pochi, in tutto 1447, e tra questi i guariti furono  719 circa, cioè, quasi il 50 %; cosicchè fortunatamente il morbo era già molto attenuato.

Da allora la peste bubbonica abbandonò l’Italia, continuando a propagarsi in Egitto e a Costantinopoli, dove si estinse nel 1838. Rimanevano, però, alcuni focolai endemici nella Cina meridionale, nelle Indie, nella Persia, sulla costa del Mar Rosso, nell’Africa tedesca e nell’Imalaia.


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Questa epidemia pareva di quelle che scompaiono, quando nel 1894, in seguito ad una carestia nelle Indie, si è sviluppata specialmente a  Bombay, donde nel 1896-97 si è diffusa ad Hong-Kong e nel Giappone, è passata in Egitto, ad Oporto, in Australia, nell’America del Sud, cioè nel Brasile, nell’Argentina, nel Paraguay e nel Perù, nella Russia asiatica, a Vienna con una piccola epidemia di laboratorio, e con dei casi sparsi a Lisbona, Barcellona, Glasgow, Liverpool e altre città inglesi, Costantinopoli, Napoli, Trieste, cosicchè la peste bubbonica oggi si è da un lungo letargo ridestata.

Ma, però, se si ricordano, per es., le vittime mietuta in Egitto da tante di queste epidemie fino al principio del passato secolo, si trova che, nell’ultima invasione, la peste, pur serpeggiandovi per lungo tempo, non ha mai prodotto una vera epidemia, mentre invece nelle Indie continua a far stragi, fino al punto che nel solo anno 1904 ve ne son morti 1,034,787 individui. Ad Oporto si è limitata in alcuni quartieri poveri; ed anche altrove si è limitata a pochi casi sparsi.

A Napoli la peste era penetrata furtivamente. Il primo che morì, e il secondo che guarì, dalla fine di agosto al principio di settembre 1901, passarono senza destare sospetto.

Agli 8 settembre ammalò un altro che morì all’ospedale con altra diagnosi in mezzo agli altri malati e fece destar il dubbio fosse morto di peste quando il 23 settembre vi morì allo stesso ospedale un altro, e fra gli operai del porto franco altri 6 casi trovavansi sparsi, tra ospedale e città .

Si prendevano allora le più energiche misure profilattiche: l’epidemia in Napoli e Comuni limitrofi si limitava in tutto a 17 casi, il che conferma che aveva poca contagiosità , non essendosi diffusa ad onta che i primi casi passassero inosservati. L’ultimo caso si ebbe il 17 ottobre 1901.

Dunque dobbiamo ritenere che tuttora dura il periodo di attenuazione sopraccennata. Oggi, poi, abbiamo ben altre armi per impedire che se ne accendano focolai. Le forme cliniche, sotto le quali si manifesta, sono varie: trattasi di una malattia essenzialmente setticoemica, con fenomeni generali e manifestazioni locali.

Una delle più tipiche delle quali è il bubbone inguinale od ascellare o cervicale; altre volte si possono avere lesioni cutanee; come, per esempio, bolle, papule vescicolose, infiammazioni emorragiche, donde la peste o febbre petecchiale, e il carboncello pestoso.

A queste lesioni cutanee, come ai bubboni, posson tener dietro ulcerazioni più o meno vaste. Altre volte si ha la polmonite pestosa, cioè con localizzazioni bronco-polmonali accompagnate dai soliti fenomeni generali gravissimi.

A sua volta la enterite pestosa, o morbo nero, è caratterizzata dalla localizzazione dei germi nella parete intestinale, donde le emorragie e la trasformazione dell’emoglobina in pigmento nero per opera dei succhi digerenti.

C’è anche una pestis ambulans che facilmente può sfuggire, ed è caratterizzata da una poliadenite che può terminare con la suppurazione delle glandole linfatiche. Infine, un’ultima forma di peste presentasi con fenomeni fulminanti di setticoemia generale e non lascia tempo che si manifestino localizzazioni in nessuno degli organi, a causa della morte precoce dell’infermo; e perciò la diagnosi clinica è anche più difficile.

Il periodo di incubazione è al massimo di 5 giorni, quindi non solo tutte le esagerazioni delle antiche quarantene di 40 e 50 giorni sono ormai cadute, ma anche il periodo di 10 giorni, ammesso nel 1897 dalla Conferenza di Venezia, è da ritenersi eccessivo.

La mortalità può arrivare all’ 80-90 %: in generale si può ritenere che una mortalità del 50-70 sia piuttosto comune.

FINE PRIMA PARTE

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